Raramente accadeva d’incontrarla.
Chiamavo allora Aspasia! a gran voce.
Eugenio Montale, "Aspasia"
Il manto della notte avvolse
le gocce preziose della sua vita.
Alla finestra due sagome intrecciate —
le loro mani sulle spalle come
pulsante peso di un'ombra.
Ma notte senza peso
risuona in silenzio nelle orecchie,
franando alla gola, per esplodere —
Aspasia!
Sorriso — come un'eco muta.
Si voltava e affrettava il passo.
All’imbrunire, con trasporto,
contavo le ombre alla finestra.
Di giorno la inseguivo, lanciando
il lazo intrecciato di notte —
Aspasia!
Inchiodata da tempo la sua finestra —
fonte del mio estro.
Cambiava casa, cambiava lavoro —
bar, parrucchiere o chissà dove.
Ma come un'ombra ossessiva,
persino e dall'altra parte dello Stige,
la inseguiva il mio grido —
Aspasia!